RISPOSTA
Il dentista libero professionista può optare principalmente per il regime forfettario o per il regime ordinario, considerando che le sue prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione sono strutturalmente esenti IVA (art. 10 DPR 633/72). Il regime forfettario rappresenta la scelta più diffusa ed efficiente se i compensi non superano gli 85.000 euro annui, poiché prevede una tassazione agevolata tramite imposta sostitutiva del 15% (ridotta al 5% per le start-up nei primi cinque anni) calcolata su un coefficiente di redditività fisso del 78%. Oltre la soglia degli 85.000 euro si passa al regime ordinario in contabilità semplificata, dove il reddito è calcolato analiticamente come differenza tra incassi e spese reali e viene tassato con le aliquote progressive IRPEF 2026 (dal 23% al 43%) e relative addizionali. Sotto il profilo previdenziale, a prescindere dal regime fiscale adottato, il medico è obbligato a versare i contributi all'ENPAM, che includono una Quota A fissa per l'iscrizione all'albo e una Quota B proporzionale pari al 19,50% del reddito libero professionale netto. In fattura, il medico ha la facoltà di addebitare al cliente il contributo integrativo ENPAM del 2% e ha l'obbligo di applicare la marca da bollo da 2 euro se l'importo supera i 77,47 euro, oltre a dover trasmettere i dati al Sistema Tessera Sanitaria per le detrazioni dei pazienti. In sintesi, la convenienza economica tra i due regimi dipende dal volume d'affari e dall'incidenza delle spese di studio reali, le quali non sono deducibili analiticamente se si sceglie la via della flat tax.