RISPOSTA
Il carico fiscale di un dentista nel 2026 varia drasticamente in base al regime adottato: nel regime forfettario (fino a 85.000 euro), si paga un'imposta sostitutiva del 15% (o 5% per le start-up) sul 78% del fatturato, a cui si aggiunge la previdenza ENPAM (Quota A fissa tra 566 e 2.057 euro e Quota B proporzionale al 19,50%). Nel regime ordinario, la tassazione segue le nuove aliquote IRPEF 2026: 23% fino a 28.000 euro, 33% tra 28.000 e 50.000 euro, e 43% oltre i 50.000 euro, oltre alle addizionali regionali e comunali. Operando come S.r.l., la società versa l'IRES al 24% e l'IRAP (circa 3,9%), mentre i soci pagano il 26% sugli utili distribuiti. Un ulteriore costo è rappresentato dall'IVA indetraibile sugli acquisti, che per il dentista (esente art. 10) costituisce un onere reale del 22% su materiali e tecnologie. Va inoltre calcolato il contributo integrativo del 4% sulle prestazioni, riscosso dal professionista e versato all'ENPAM. In media, un professionista in regime ordinario può arrivare a cedere allo Stato tra il 45% e il 50% del proprio guadagno reale. Complessivamente, la pressione fiscale netta resta tra le più alte, rendendo la scelta del modello societario o fiscale determinante per la sostenibilità dello studio.
Inoltre, la Srl facilita l'ingresso di capitali esterni o di nuovi soci e semplifica notevolmente il passaggio generazionale, rendendo il valore dello studio più facilmente trasferibile. Infine, la gestione in forma d'impresa consente una deducibilità dei costi più ampia e analitica rispetto alla libera professione, ottimizzando i flussi di cassa e la pianificazione finanziaria a lungo termine della struttura.