RISPOSTA
Le tasse dei dentisti variano significativamente in base al modello organizzativo scelto, oscillando tra il regime forfettario, quello ordinario e quello societario (STP). I giovani professionisti o chi fattura fino a 85.000 euro utilizzano spesso il regime forfettario, pagando un'imposta sostitutiva del 5% o 15% sul 78% del fatturato, mentre oltre tale soglia si applica l'IRPEF progressiva con aliquote fino al 43%, o l'IRES al 24% se strutturati come STP. Oltre alle imposte statali, pesano i contributi ENPAM: la Quota A (fissa per età, fino a circa 2.057 euro nel 2026) e la Quota B (proporzionale al 19,50% del reddito libero professionale). Le società, tenute alla nomina del direttore sanitario, devono inoltre versare il contributo dello 0,5% sul fatturato odontoiatrico, ma beneficiano di vantaggi come la neutralità fiscale nel conferimento dello studio e la deducibilità totale degli investimenti tecnologici 4.0. In sintesi, il carico fiscale complessivo può variare dal 20% al 50% del reddito, rendendo la pianificazione fiscale tra studio individuale e STP una scelta strategica fondamentale per la sostenibilità economica.